Sharenting: perché non pubblico foto di mio figlio sui social

di The Modern Mamas Aggiornato al 1 Giugno 2026 ⏱ 7 min di lettura
Sharenting: perché non pubblico foto di mio figlio sui social

Ho pubblicato due o tre foto di Leonardo nei primi mesi, sempre con uno sticker sul viso. Mi sembrava un compromesso ragionevole: mostrare il bambino senza mostrarlo davvero. Poi ho iniziato a leggere su come funziona la circolazione delle immagini online e ho capito che lo sticker su instagram proteggeva la mia coscienza e non mio figlio.

Da quel momento non ho più pubblicato nulla di Leo sui social. Non per una battaglia ideologica, ma per pura consapevolezza.

Questo articolo non è un giudizio verso chi posta, ma e’  quello che ho pensato io, le ragioni che mi hanno portata a cambiare scelta dopo i primi mesi, e cosa è successo dopo. Magari può servire a qualche altra mamma che ha le stesse domande in testa.

Cosa significa Sharenting?  E’ il termine che descrive la condivisione online costante da parte dei genitori di contenuti che riguardano i propri figli: foto, video, ecografie, storie. Nasce dalla fusione delle parole inglesi “share” (condividere) e “parenting” (genitorialità). Quando l’esposizione diventa eccessiva si parla anche di “over-sharenting”. Nella maggior parte dei casi la condivisione avviene senza il consenso del bambino, perché troppo piccolo per capire le implicazioni.

Perché gli sticker sul viso dei bambini non bastano

Quando ho iniziato a postare con lo sticker, mi sembrava una versione strana ma funzionante di pudore. Mostravo Leonardo senza il viso, e questo mi bastava a sentirmi tranquilla. Lo facevano molte altre mamme intorno a me: foto sotto i cuori, faccia coperta da un’emoji, occhi nascosti.

Poi ho letto che gli sticker non proteggono davvero. Il resto del bambino è lì: i capelli, le mani, l’ambiente, i vestiti, la routine. Chi vuole identificarlo lo identifica lo stesso. E nei database che raccolgono immagini di bambini per addestrare algoritmi, lo sticker non è un ostacolo, perché il problema non è chi quel bambino è, è che è un bambino.

Dove finiscono le foto dei bambini pubblicate online

Una cosa che molte mamme non sanno è cosa succede davvero a una foto dopo il click sul tasto pubblica. Non è un’esagerazione, sono dinamiche documentate da ricercatori e forze dell’ordine. Vale la pena nominarle.

  • Database di addestramento per intelligenze artificiali. Le immagini pubbliche vengono raccolte da crawler automatici e usate per addestrare modelli di riconoscimento facciale, generazione di immagini, sistemi pubblicitari. Una foto di mio figlio a quattro anni può finire nei dati di un’azienda che vende riconoscimento facciale a polizie estere, senza che io lo sappia mai.
  • Archivi pubblicitari e di marketing. Le foto pubbliche di bambini sorridenti, vestiti bene, in contesti familiari sono materiale prezioso. Esistono mercati semi legali dove le immagini vengono comprate per usi pubblicitari senza il consenso delle famiglie. Tua figlia potrebbe finire come volto di un prodotto in un paese che non visiterai mai.
  • Forum e dark web. Questa è la parte di cui nessuno parla volentieri, ma esiste. Sono attive reti che raccolgono foto di bambini, anche del tutto innocenti, e le ricondividono in contesti pedofili. Le forze dell’ordine internazionali pubblicano regolarmente report sulle quantità. Si parla di milioni di immagini, la maggior parte originariamente prese da profili social di famiglie normali. Una foto al mare, una foto in costume, una foto nella vasca. 
  • Furto d’identità infantile. I dati anagrafici dei minori sono usati da criminali per aprire conti bancari, fare prestiti, costruire identità false. Una foto con la torta di compleanno che mostra “Buon compleanno Leonardo, 3 anni” insieme alla geolocalizzazione del post offre già nome, età approssimativa, città. Per chi sa cercare, è un punto di partenza.

Non sto dicendo che ogni foto innocente diventi qualcosa di terribile, ma che il controllo si perde nel momento in cui clicchi pubblica, e che il rischio, anche se piccolo, non si corregge più. Quello che resta è una scommessa sulla buona fede di tutti, e mi sembra una scommessa grande da fare con il volto di mio figlio.

Come condivido la vita di mio figlio senza social pubblici

Per le foto con i nonni e i bisnonni lontani ho creato un gruppo privato. Famiglia stretta, nient’altro. Le persone che hanno bisogno di vedere mio figlio crescere lo vedono.
Per i social pubblici, scelgo. Quando voglio raccontare qualcosa di noi, posto la mia mano, la sua nuca, una scena di spalle. Posso raccontare la maternità senza mostrare il suo volto. Mi è stato dato dell’ossessiva, che vivo nella paura, che mi perdo dei bei momenti da condividere. Ognuna di queste cose può essere vera, e ho riflettuto su tutte. Non vivo nella paura, vivo con una scelta. I momenti li vivo intensamente, li fotografo per noi, li ricordo, li stampo. Non sto giudicando chi fa diversamente: ogni mamma decide secondo la propria misura.

Quando un adulto pubblica una foto, sceglie. Decide quale foto, decide se metterla pubblica o privata, decide la didascalia. Un bambino di pochi mesi o pochi anni,non sceglie niente di tutto questo.  I bambini crescono e diventano adolescenti, diventano adulti. Avranno una loro identità, una loro idea di sé e si troveranno online un archivio che hanno costruito altri, di cui non hanno mai dato il permesso.

Pubblicare foto dei figli: una scelta come tante altre

Pubblicare i propri figli sui social è diventato così normale che chiedersi se farlo o no sembra strano. Eppure è una scelta come tante altre che facciamo per loro. Decidiamo cosa mangiano, dove dormono, che scuola frequentano, e decidiamo anche se la loro infanzia diventa contenuto pubblico oppure no.

Leonardo un giorno mi chiederà delle decisioni che ho preso quando era piccolo. Su questa voglio poter dire che ho aspettato lui per farlo entrare in un mondo che non capiva ancora. Mi sembra un piccolo regalo di fiducia, di quelli che si possono fare prima che lui sappia ringraziare.

Domande Frequenti

Gli sticker o gli emoji sul viso proteggono davvero il bambino? 

No, non come si pensa. Il resto del bambino è visibile: capelli, mani, vestiti, ambiente. Chi vuole identificarlo lo fa lo stesso. E i database che raccolgono immagini di bambini per addestrare algoritmi non distinguono tra una faccia coperta e una scoperta, perché il problema non è chi quel bambino, ma che è un bambino.

Posso pubblicare foto solo di spalle o delle manine? 

È una soluzione intermedia che molte mamme scelgono. Funziona meglio del viso scoperto, ma il bambino resta riconoscibile per chi lo conosce, e i dettagli (l’ambiente, i vestiti, la routine) raccontano comunque la sua vita. Ognuna decide dove tracciare la linea, l’importante è farlo con consapevolezza.

Come dico ai parenti di non postare mio figlio?

 La conversazione va fatta prima, non dopo. Si spiega che è una decisione presa con il partner, non una preferenza personale. Si chiede di non pubblicare il bambino sui propri profili, nemmeno con sticker. La maggior parte accetta, alcuni borbottano, ma la chiarezza iniziale evita conflitti continui.

È diverso pubblicare nelle storie di 24 ore?

Meno permanente, ma non meno raggiungibile. Le storie possono essere salvate con screenshot in pochi secondi, e su alcune piattaforme restano accessibili più a lungo di quanto dichiarato. Il problema della raccolta automatica vale anche per i contenuti temporanei.

E se mio figlio da grande mi chiede di postarlo?

Quando saprà capire e chiedere, allora saprà anche scegliere. A quel punto la decisione passa a lui, non più ai genitori. Il punto della scelta di oggi è proprio questo: aspettare che sia lui a decidere quando entrare in un mondo che non capisce ancora.

Un gruppo privato su WhatsApp o un album condiviso sono sicuri?

Più sicuri di un profilo pubblico, sì. La regola è che il gruppo resti piccolo, con persone fidate, e che chi è dentro sappia che non si fanno screenshot per inoltrarli fuori. Per la famiglia lontana è la soluzione che funziona meglio: si tiene tutti aggiornati senza esporre il bambino a un pubblico indefinito.