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I primi rapporti di amicizia a 2-3 anni: come nascono e come accompagnarli? 

di Letizia Tufo Aggiornato al 22 Giugno 2026 ⏱ 10 min di lettura
I primi rapporti di amicizia a 2-3 anni: come nascono e come accompagnarli? 

Tra i 2 e i 3 anni i bambini iniziano ad accorgersi davvero degli altri bambini. Cominciano a guardarsi, a imitarsi, a cercarsi, e nascono i primi rapporti amicali. 

Da educatrice, osservo ogni giorno come questi legami si costruiscono, passo dopo passo. Proviamo a capire cosa succede a questa età, perché succede e come possiamo accompagnarli al meglio.

Le tappe del gioco: la mappa per capire l’amicizia

Per capire l’amicizia dei più piccoli bisogna partire da come giocano, perché è soprattutto in questo momento che i bambini imparano a stare con gli altri. Gli studiosi dello sviluppo hanno descritto una progressione precisa, che aiuta a inquadrare cosa aspettarsi a ogni età:

  • Gioco solitario: il bambino piccolo gioca da solo, concentrato sul proprio oggetto.
  • Gioco da spettatore: osserva gli altri che giocano, senza partecipare, ma è già un primo interesse verso i pari.
  • Gioco parallelo: intorno ai 2 anni i bambini giocano vicini, magari facendo la stessa cosa, ma ciascuno per conto proprio.
  • Gioco associativo: verso i 3 anni cominciano a interagire davvero, scambiandosi oggetti e parole, pur senza un vero obiettivo comune.
  • Gioco cooperativo: dai 3-4 anni in poi giocano insieme a un progetto condiviso, con ruoli e regole.

I 2-3 anni sono quindi l’età della transizione: si parte dal gioco parallelo e si affacciano i primi scambi associativi. Sono proprio le prime parole ad aiutare i bambini a coordinarsi e a giocare per uno scopo comune, e con esse arrivano anche i primi conflitti, utilissimi per prendere le misure nella relazione.  

Cosa significa “amicizia” a 2-3 anni?

A questa età l’amicizia non è ancora un legame stabile e consapevole come quello dei più grandi, ma è il piacere autentico di stare insieme a qualcuno. Il bambino inizia a mostrare delle preferenze, cerca con lo sguardo un compagno in particolare, lo saluta contento quando arriva, lo imita, gli porta un gioco. Quando le parole non sono ancora arrivate, queste preferenze si esprimono tutte con il corpo: il sorriso nel riconoscere il volto dell’amico all’ingresso del nido, le risate condivise mentre si combina una piccola marachella, perfino un bacio dato un attimo dopo avergli strappato un giocattolo di mano. L’imitazione, in particolare, è una vera colla sociale a questa età: rifare ciò che fa l’altro è il loro modo di dire “siamo insieme”.

Sono legami spontanei e mutevoli, ed è del tutto naturale: il compagno del cuore di oggi può cambiare la settimana dopo. Non sempre, poi, sono reciproci: può capitare che un bambino consideri “amico” un compagno che ancora non lo sa. Del resto, a quest’età dire “sei mio amico” è soprattutto un modo per dire “mi piaci, ti voglio bene”. Quello che conta non è la stabilità del legame, ma il fatto che il bambino stia sperimentando con gioia la relazione con un suo pari.

Una piccola nota che mi piace sempre sottolineare: i più piccoli sono spesso più aperti dei grandi. Fanno amicizia con la stessa naturalezza con un bambino dell’altro sesso o di una cultura diversa, perché per loro conta solo una cosa, avere qualcuno con cui giocare. È un’apertura preziosa, che come adulti possiamo coltivare: ne parlo in insegnare la diversità ai bambini.

La fatica di condividere

C’è un motivo preciso per cui, a quest’età, condividere è così difficile. Il bambino vive ancora molto centrato sul proprio punto di vista. È una caratteristica tipica dello sviluppo, non un capriccio né un segno di cattiva educazione. La capacità di mettersi nei panni dell’altro, quella che gli studiosi chiamano teoria della mente, è solo agli inizi: il bambino comincia a intuire che gli altri hanno desideri e sentimenti diversi dai suoi, ma non riesce ancora a tenerne conto fino in fondo.

Ecco perché il giocattolo “è mio”: in quel momento lui non riesce davvero a immaginare il punto di vista del compagno. La capacità di fare a turno e di condividere si costruisce poco alla volta, di solito si consolida più avanti, e cresce molto più con il nostro esempio e con la pratica quotidiana che con le imposizioni. Pretenderla troppo presto genera soltanto frustrazione,sia nel bambino che nel genitore.

Le prime emozioni sociali: l’empatia  

Accanto all’egocentrismo, però, in questa fascia d’età si affacciano le prime, emozioni sociali. Capita di vedere un bambino che porge il proprio peluche a un compagno che piange, che accarezza chi si è fatto male o che si ferma a guardarlo preoccupato. Sono comportamenti prosociali, i primi semi dell’empatia, e compaiono proprio nel secondo e terzo anno di vita.

Sono gesti che meritano di essere notati e incoraggiati con parole semplici (“hai visto che il tuo amico era triste e gli hai dato l’orsetto? che gesto gentile”), perché dare valore a questi momenti aiuta il bambino a ripeterli. È così che si costruisce la base di tutte le relazioni future.

I conflitti 

A questa età i litigi sono molto frequenti, spesso per il possesso di un gioco, e a volte sfociano in spinte, strappi o morsi. È utile sapere che non si tratta di aggressività né di bambini “cattivi”: semplicemente il linguaggio non basta ancora a esprimere quello che sentono, e così “parlano” con il corpo. Man mano che il vocabolario cresce, questi episodi tendono a diminuire da soli.

I conflitti sono una palestra fondamentale, anche se molto difficili da gestire. Infatti, è proprio sbagliando, scontrandosi e riprovando che i bambini imparano ad aspettare, a negoziare, a tollerare la frustrazione e a riparare dopo un litigio. E sono intensi tanto quanto gli affetti: la rabbia del “non sei più mio amico” è grande, ma altrettanto grande è la gioia della riappacificazione poco dopo. Il nostro compito non è evitare ogni scontro, ma accompagnarli ad attraversarlo: mettere in parole ciò che è successo, riconoscere le emozioni di entrambi e mostrare che si può trovare una soluzione.

Tra i 2 e i 3 anni: cosa cambia da un anno all’altro?

Anche dentro questa fascia ci sono differenze importanti:

  • Verso i 2 anni prevale il gioco parallelo: il bambino gioca accanto agli altri, li osserva e li imita, con interazioni brevi e spesso mediate dagli oggetti.
  • Verso i 3 anni compaiono i primi scambi più ricchi: condivide qualche momento di gioco, chiama per nome un compagno preferito, comincia a divertirsi nel fare le cose insieme.

Riconoscere questa evoluzione aiuta a non confrontare i bambini tra loro: ognuno la attraversa con i propri tempi, e va bene così.

Prima ancora delle occasioni di gioco, c’è una cosa che conta moltissimo: il legame con mamma e papà. Un attaccamento sicuro è la “base sicura” da cui il bambino trova il coraggio di esplorare il mondo e le relazioni fuori dalla famiglia. E anche il modo in cui noi adulti stiamo in relazione tra di noi, e con gli altri, è il primo modello a cui il bambino guarda. In altre parole, la socialità si impara prima di tutto respirando il clima di casa.

Come favorire i primi legami?

Come genitori ed educatori, ecco cosa possiamo fare per favorire questi primi rapporti senza forzarli:

  • Offrire occasioni di incontro, senza forzare. Il nido, il parco, i piccoli ritrovi con altri bambini sono la palestra naturale delle relazioni. Vanno bene anche gli spazi non strutturati: invitare a casa altri bambini, frequentare cortili e piazze. La frequenza aiuta: i legami nascono dove ci si vede spesso.
  • Accettare le sue preferenze. Sta a lui scegliere i suoi amici, anche se non sono quelli che avremmo scelto noi. Evitiamo giudizi del tipo “perché giochi con quel monello e non con il tranquillo Luca?”.
  • Dare parole alle emozioni. “Sei arrabbiato perché volevi tu il camion”, “il tuo amico è triste”: nominare ciò che provano li aiuta a riconoscere le emozioni e, col tempo, a usare le parole al posto delle mani.
  • Fare da modello. I bambini imparano la gentilezza vedendola: come salutiamo, come aspettiamo il nostro turno, come chiediamo scusa e come ripariamo dopo un errore.
  • Proporre giochi di turnazione. Semplici giochi a turni (“ora tu, ora io”) allenano in modo divertente la capacità di aspettare e di condividere.
  • Non intromettersi. Davanti a un piccolo litigio, prima di intervenire diamo loro qualche secondo: spesso trovano una soluzione da soli. La nostra presenza dovrebbe essere soprattutto un’osservazione discreta, pronta ad accogliere le loro emozioni senza sostituirsi a loro.
  • Leggere storie sull’amicizia e sulle emozioni. I libri aiutano i bambini a riconoscere ciò che provano ed a immaginare come si sente l’altro.

Cosa evitare

  • Forzare la condivisione o le scuse “a comando”, perché a questa età sono gesti ancora troppo astratti.
  • Etichettare i bambini (“è il timido”, “è il prepotente”). Le etichette pesano e tendono a far accadere proprio ciò che descrivono.
  • Aspettarsi amicizie durature. I legami di questa fascia d’età sono fluidi.
  • Confrontare il proprio figlio con gli altri: c’è chi è più socievole e chi più riservato, e nessuno dei due modi è sbagliato.

Quando vale la pena confrontarsi con un professionista?

Ogni bambino ha il suo carattere e i suoi tempi: c’è chi si butta e chi osserva a lungo prima di partecipare, ed entrambi gli atteggiamenti fanno parte di uno sviluppo sano. Se però, intorno e dopo i tre anni, noti un disinteresse totale e persistente verso gli altri bambini, una difficoltà marcata e continua a entrare in relazione, o un’aggressività che non accenna a ridursi nonostante l’accompagnamento, può essere utile parlarne con gli educatori e con il pediatra. Non per allarmarsi, ma per osservare insieme e capire se serve un piccolo sostegno.

I primi rapporti di amicizia, nella fascia di eta tra i 2 e i 3 anni, sono soprattutto un grande allenamento: a stare con l’altro, a gestire le emozioni, a scoprire la gioia della compagnia. Il nostro ruolo non è insegnare ai bambini a essere amici, ma esserci con discrezione mentre lo imparano da soli.

Domande Frequenti

A che età i bambini iniziano a fare amicizia?

 I primi rapporti spontanei nascono intorno ai due-tre anni, quando i bambini cominciano a cercarsi, imitarsi e mostrare preferenze. Le amicizie più strutturate, con il gioco cooperativo, arrivano in genere dai tre-quattro anni.

Perché a 2 anni non vuole condividere i giochi? 

A questa età il bambino è ancora molto centrato su di sé: è una caratteristica tipica dello sviluppo, non un capriccio. La capacità di condividere e fare a turno si costruisce gradualmente, con il tempo e con l’esempio degli adulti.

Perché i bambini di 2-3 anni litigano (e a volte mordono)?

Spesso perché il linguaggio non basta ancora a esprimere ciò che sentono, e così comunicano con il corpo. Con la crescita del vocabolario questi episodi tendono a diminuire. I conflitti, accompagnati con calma, sono anche un’occasione per imparare ad aspettare e a negoziare.

Come aiutare un bambino a socializzare?

Offrendo occasioni di incontro con altri bambini, dando parole alle sue emozioni, facendo da modello di gentilezza, proponendo giochi a turni e lasciandogli lo spazio per gestire da solo i piccoli conflitti, senza forzare né etichettare.

Devo preoccuparmi se il bambino preferisce giocare da solo?

A due anni giocare accanto agli altri, ma per conto proprio, fa parte dello sviluppo tipico di questa età (è il gioco parallelo). Se l’interesse verso gli altri resta del tutto assente anche dopo i tre anni, vale la pena parlarne con gli educatori o con il pediatra.

Letizia Tufo
Scritto da Letizia Tufo

Docente di scuola Primaria e mamma

Letizia Tufo è insegnante di scuola primaria. Si è laureata in Scienze della Formazione Primaria all'Università degli Studi del Molise e ha conseguito la Specializzazione per il sostegno didattico presso l'Università Europea di Roma. Ogni giorno in classe mette al centro i bambini e i loro modi diversi di imparare, con un'attenzione particolare all'inclusione e alle esigenze di ciascuno. Vive la scuola con intensità e passione, convinta che l'educazione abbia il potere di fare la differenza nella vita di ogni bambino. Su TheModernMamas condivide il suo sguardo di educatrice per aiutare i genitori a comprendere meglio l'apprendimento, la crescita e il mondo scolastico dei loro figli.